Categorie
EUROPA

«Israele fa scuola nei Balcani: una miccia nella polveriera». L’inchiesta di Marjo Durmishi

Geraldina Colotti

Marjo Durmishi è un’avanguardia di fabbrica, un operaio metalmeccanico albanese immigrato da anni in Italia, che unisce la conoscenza diretta delle dinamiche produttive a una profonda sensibilità geopolitica sul suo territorio d’origine. In un incisivo articolo di denuncia accende i riflettori su una realtà drammatica e troppo spesso taciuta: la nuova corsa al riarmo che sta attraversando i Balcani occidentali.

Ricchissimo di numeri esatti, dati di bilancio e un inventario puntuale di sistemi d’arma di ultima generazione, il lavoro di Durmishi svela l’inquietante “israelizzazione” degli eserciti della regione.

Nel suo testo, l’autore documenta come i colossi delle armi — a partire dalla multinazionale israeliana Elbit Systems — stiano traendo profitto nell’alimentare entrambi i blocchi in contrapposizione: da un lato l’asse tra Albania, Kosovo e Croazia, dall’altro il blocco serbo composto da Belgrado e Banja Luka. Tra droni d’attacco provati nei cieli di Gaza, artiglieria pesante, nuove fabbriche di armi in territorio balcanico e una retorica nazionalista sempre più aggressiva, Durmishi ci offre una mappa precisa di una polveriera che rischia di riaccendersi a spese delle classi popolari della regione.

Con lui abbiamo affrontato i punti chiave della sua inchiesta.

Nel suo articolo, lei descrive una vera e propria “israelizzazione” delle dotazioni militari nei Balcani, con Elbit Systems che vende droni, artiglieria e sistemi EW sia a Belgrado che a Tirana. Come spiega il fatto che un gigante dell’industria bellica israeliana riesca a stringere partnership strategiche così profonde con due attori in aperto contrasto tra loro?

In effetti, il tutto risulta assai curioso. Gli israeliani hanno dimostrato negli anni una superiorità militare; le armi sono testate sulla pelle del popolo palestinese. Per i guerrafondai, quindi, i “prodotti” israeliani sono buoni ed efficaci. Israele siede al tavolo con albanesi e serbi facendo la parte del pesce più grosso. Tra l’establishment dell’Albania e quello serbo, c’è una specie di tacita intesa. Vedremo ora gli studenti serbi, con la vittoria alle elezioni, come si comporteranno nei rapporti con l’Albania e il Kossovo. Il problema scottante è la relazione tra gli albanesi del Kossovo e il governo di Belgrado. I kossovari-albanesi si stanno riarmando con gli aiuti di Turchia e degli USA. Nessuno si fa scrupoli. Gli albanesi sono proni agli Stati Uniti, e non mi meraviglia la loro postura verso Israele. È la Serbia che mi incuriosisce: è parere di molti analisti che Israele stia costruendo nei Balcani, un contro-accerchiamento nei confronti della Turchia. E la Turchia è presente pesantemente sia in Bosnia che in Albania che in Kossovo. Un groviglio intricato.

Lei fa un preciso riferimento al report delle Nazioni Unite firmato da Francesca Albanese e al modo in cui molte di queste tecnologie siano state ampiamente impiegate a Gaza (penso ai droni Lanius X o Magni X). Da lavoratore e osservatore politico, qual è l’impatto etico e quali sono i rischi di questa “importazione di modelli d’ingaggio” israeliani nel contesto balcanico?

Quando parliamo di industria delle armi e di governi delegittimati, al servizio delle oligarchie, non possiamo parlare di etica. Conosciamo l’etica e la morale delle IDF e dello Stato di Israele: forme aperte di terrorismo. L’israelizzazione del contesto balcanico può certamente aumentare le tensioni latenti. Si stanno riarmando tutti gli Stati balcanici. Albanesi, croati e serbi si spiano a vicenda. Possibili sconfinamenti di droni potrebbero aumentare la tensione. I missili a lunga gittata serbi parlano chiaro: posso colpirti in profondità. E Israele fa scuola. Abbiamo visto in azione a Gaza algoritmi, droni, missili. Il premier albanese Rama afferma di aver comprato dai migliori.

Oltre all’acquisto diretto di armamenti, lei rileva l’apertura di vere e proprie joint venture per la produzione locale e l’apertura di “fabbriche di droni” sia in Serbia che in Albania. Si tratta soltanto di un business milionario o c’è una precisa strategia geopolitica di Tel Aviv per radicarsi nei Balcani?

Tel-Aviv vuole radicarsi nei Balcani, terra di collegamento tra Europa e Medio Oriente. Come dicevo prima, Israele sta costruendo un’intera “infrastruttura” anti-turca. Poi, in questo grande gioco, abbiamo un tale Ron Yeffet, faccendiere Israelo-statunitense con passaporto albanese, alla corte del premier Rama. Ron Yeffet è implicato nella creazione di joint venture all’ interno della KAYO, azienda statale albanese per il comparto Difesa. È una figura oscura, con molti interessi nel mercato delle armi. È molto vicino al governo Rama. Il radicamento israeliano è in atto anche nella Repubblica Srpska: in questo 2026 c’è stata l’apertura di una camera di commercio proprio a Banja Luka. Il cordone sanitario anti-turco parte dalle spiaggie di Tel-Aviv, poi verso Cipro e Grecia, e poi su in Albania, Bosnia, Belgrado, Serbia. Gli israeliani sono una miccia nella polveriera balcanica. Possiamo dire lo stesso di turchi e statunitensi.

L’Albania punta ad aumentare la spesa per la Difesa fino al 3,5% del PIL entro il 2030, concedendo persino sgravi fiscali per chi investe nel settore militare. In un Paese con stipendi e pensioni tra i più bassi d’Europa, come viene giustificato o percepito questo enorme sforzo economico dall’opinione pubblica e dal mondo del lavoro albanese?

Il riarmo non rientra nel dibattito pubblico. Da 5 mesi in Albania ci sono manifestazioni quotidiane contro la corruzione del governo “socialista” di Rama, in carica dal 2013. Alla richiesta di dimissioni si risponde con una brutale repressione poliziesca. L’Albania è un baluardo degli USA nei Balcani; i governanti albanesi eseguono gli ordini di Washington da 36 anni. Il riarmo non fa notizia, gli apparati controllano la popolazione attraverso un nazionalismo galoppante e una mentalità da guerra permanente. Russia, Serbia e Grecia sono “nemici” storici del popolo albanese. C’è una paura ancestrale nei Balcani, e il nazionalismo nutre questa paura. In mancanza di partiti di classe, di sindacati e di organizzazioni di classe, il riarmo può tranquillamente andare avanti. La sinistra in Albania è ancora troppo debole.

Citando la percezione dell’establishment albanese, lei evidenzia il timore per un possibile disimpegno degli USA e per le condanne all’Aja dei vertici UÇK. Il riarmo di Tirana e l’alleanza triangolare con Prishtina e Zagabria sono quindi una reazione alla paura di rimanere “scoperti” di fronte a Belgrado?

Gli albanesi delusi dagli Stati Uniti parlano di un avvicinamento tra Washington e Belgrado. Si sentono traditi, e dell’Europa non si fidano. Questa è la percezione dei circoli più nazionalisti e atlantisti. L’alleanza Croazia-Albania-Kossovo è un sotto-gruppo regionale della NATO. Si preparano, si addestrano, scambiano informazioni. La Serbia, da parte sua, non è mai stata ferma. I serbi hanno firmato accordi militari, e anche l’Ungheria. C’è dinamismo. Le guerre in Ucraina, l’Iran e il genocidio in Palestina hanno scosso tutti. I Balcani sono una sfera d’influenza. I Balcani sono un “fronte”, è la Storia.

Dall’altra parte, la Serbia ha registrato acquisizioni imponenti con cifre che sfiorano i 2 miliardi di euro, dotandosi di armi a lunga gittata e droni da combattimento Hermes 900. Vučić parla di “fattore di stabilità”, ma i Paesi vicini vedono sistemi nettamente offensivi. Quanto è reale la sensazione di accerchiamento di Belgrado e della Republika Srpska e quanto invece viene usata in chiave propagandistica?

La propaganda nazionalista nei Balcani è quotidiana. La Serbia è un peso massimo, è quella più armata. I missili a lunga gittata vengono esibiti, sono un messaggio agli altri Paesi confinanti. La sensazione di accerchiamento è concreta, basta guardare la cartina: Albania, Croazia, Slovenia, Montenegro, Macedonia del nord, sono tutti Paesi membri della NATO. In Kossovo c’è, dal 1999, Camp Bondsteel, quartiere generale della Kosovo Force ( K-FOR) , a guida NATO. Si sentiva accerchiato pure Slobodan Milosevic.

C’è un dato economico che salta subito all’occhio nel suo testo: l’aumento di circa 42 volte delle vendite di munizioni e proiettili serbi a Israele dopo il 7 ottobre 2023, che è arrivato a oltre 130 milioni di euro. Come si concilia questo pragmatismo economico di Belgrado con la linea e la retorica ufficiale della diplomazia serba?

Il premier serbo Vucic ha bloccato le esportazioni militari verso Israele ma inchieste giornalistiche basate su dati doganali dicono il contrario. Vucic è un politico molto scaltro. La diplomazia serba è dinamica, si destreggia bene in molti fronti. Sono attivi nei consessi internazionali perché devono “smontare” l’indipendenza del Kossovo.

Nel testo lei si chiede se queste manovre e le dichiarazioni muscolari dei vari leader (Rama, Vučić, Dodik, Dačić) siano destinate al semplice “consumo interno” per distrarre dai problemi sociali e dalle contestazioni politiche, oppure se la presenza materiale di così tante armi ad alta tecnologia renda reale il rischio di una scintilla. Come stanno le cose?

Il riarmo regionale rientra nel più ampio riarmo europeo. Ci si prepara al prossimo scontro. Poi, certo, si parla di deterrenza, di difesa, di alleanze difensive. Le mosse balcaniche vanno viste nel più ampio contesto mondiale. L’ingerenza imperialista ha sempre portato sofferenze nei Balcani, strumentalizzando la questione nazionale e le differenze religiose.

In conclusione, lei mette in guardia dal rischio che, una volta congelato il fronte ucraino, gli interessi dell’imperialismo e il profitto dell’industria bellica tornino a scaricarsi sui Balcani. Quali sono, a suo avviso, i punti di frattura più pericolosi nei prossimi mesi — come il Nord del Kosovo o la Bosnia-Erzegovina — e quali margini esistono affinché i movimenti popolari e i lavoratori della regione si oppongano a questa logica di guerra?

Sì, il nord del Kossovo e la Bosnia-Erzegovina sono i punti più caldi. I serbi di Bosnia si stanno sganciando sempre di più. Il blocco serbo è compatto, fiero delle radici cristiano ortodosse, dei legami storici con la Russia, fiero delle proprie forze armate moderne. I serbi del Kossovo vogliono più autonomia, ma il governo kossovaro di Kurti risponde picche.

Un tempo, i popoli e i lavoratori balcanici solidarizzavano fra loro, questo accadeva ai tempi della seconda guerra mondiale, durante la guerra antifascista di Liberazione nazionale in Jugoslavia e in Albania. Questo fu possibile grazie alle brigate partigiane comuniste. I comunisti di Albania e Jugoslavia si opposero alla guerra fratricida portata avanti dal nazi-fascismo e dai collaboratorazionisti. I comunisti della penisola balcanica cercarono di superare le secolari inimicizie e di andare oltre il sangue versato. Poi i rapporti tra comunisti albanesi e jugoslavi si interruppero, ma questa è un’altra storia. Mancano ad oggi organizzazioni e sindacati di classe, non c’è dialogo tra popolo serbo e popolo albanese. Ci conosciamo poco. Sono curioso di vedere ora quale sarà la posizione degli studenti serbi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *